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L’importanza della prevenzione nei disturbi di linguaggio

L’anno scolastico è iniziato con “1.700 istituti senza guida” (www.medianews24.it) e con profonde carenze di organico. Un gap che la cosiddetta Riforma Buona Scuola, a detta di coloro che non ne apprezzano i contenuti, evidentemente non ha saputo colmare. Questo, pertanto, è il dibattito venutosi a creare tra il 14 e il 16 Settembre, momento in cui è suonata la campanella per gli studenti delle 20 regioni italiane.

Le critiche alla Buona Scuola, in sintesi, riguardano la mancanza  di insegnanti di sostegno. Secondo le stime fornite dalla Cgil “c’è un’enorme discrepanza tra ciò che servirebbe ai 210 mila alunni portatori di handicap (120 mila insegnanti di supporto) e quello che offrono le scuole (90 mila cattedre fisse): «Mancano 30 mila insegnanti di sostegno», dice il sindacato” (www.corriere.it). Cosa ne sarà, dunque, dei bambini/ragazzi che presentano Disturbi Evolutivi e che non hanno ancora i mezzi per poter essere autonomi in ambito scolastico? Quali le risorse fruibili da genitori e docenti che favoriscano un percorso scolastico in grado di poter accogliere le necessità formative di chiunque?

La prevenzione, al solito, è la parola-chiave. Essa consente di individuare precocemente i soggetti a rischio di sviluppo di Disturbi Evolutivi e, nello specifico, ci riferiamo ai Disturbi di Linguaggio e di Apprendimento. Essi, se non riconosciuti tempestivamente, interferiscono negativamente con la resa scolastica, creando difficoltà consolidate che rendono i bambini dipendenti dalle figure di sostegno.

Alcuni studi italiani hanno evidenziato una stretta correlazione tra Disturbi di Linguaggio e di Apprendimento, ritrovando una storia di ritardo o difficoltà di linguaggio nel 14-15% dei bambini DSA (Rescorla, 1998; Gagliano e coll., 2007; Stella, Franceschi, Savelli, 2008). I Disturbi di Linguaggio, infatti, si recuperano, generalmente, entro i 6 anni di età; questi, però, possono ripercuotersi sui processi di acquisizione della letto-scrittura (www.neuropsic.altervista.org).

Non bisogna sottovalutare, inoltre, le ripercussioni sulla sfera emotivo-affettiva generate dal protrarsi delle difficoltà nei bambini. Essi possono sviluppare insicurezza, senso di frustrazione o, al contrario, atteggiamenti oppositivi o provocatori, come reazione alle problematiche comunicativo-relazionali riscontrate quotidianamente con i compagni.

È importante, dunque, agire a monte del problema, in quanto un intervento tempestivo nei Disturbi di Linguaggio consente un’evoluzione favorevole delle competenze non solo linguistiche ma, a cascata, anche sugli apprendimenti scolastici. È indispensabile, infatti, offrire a ciascun bambino la possibilità di affrontare serenamente i propri studi, così come anche garantito dagli Artt. 31 e 34 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Cosa possono fare, perciò, i genitori e gli insegnanti? La ricerca ha permesso di conoscere degli indicatori di rischio per individuare precocemente i bambini potenzialmente esposti allo sviluppo di Disturbi di Linguaggio. Pertanto, occorre aver chiare alcune considerazioni: i Disturbi di Linguaggio rappresentano una categoria variegata di difficoltà nelle competenze linguistiche, le quali possono coinvolgere uno o più livelli di linguaggio, quali le abilità fonologiche (relative all’uso dei suoni), morfosintattiche (che riguardano la composizione delle frasi), semantico-lessicali (in riferimento al vocabolario e ai suoi contenuti). Essi hanno un’incidenza di circa il 7% in età prescolare e del 2-3% in età scolare ed è maggiore nei maschi rispetto alle femmine (www.cognitivescience.altervista.org).

In particolare, si parla di Late Talkers (ovvero parlatori tardivi) riferendosi a quei bambini nei quali la comparsa del linguaggio è ritardata rispetto ai coetanei. Essi possono recuperare il ritardo di linguaggio entro i 3-4 anni oppure, se le difficoltà persistono, possono evolvere verso la diagnosi di Disturbo Specifico di Linguaggio.

Quali sono i campanelli d’allarme che possono destare il sospetto di Disturbi di Linguaggio? In primis, bisogna considerare le difficoltà di comprensione del linguaggio verbale, ovvero valutare se il bambino sia in grado di comprendere, quindi di eseguire semplici ordini verbali. È importante, poi, valutare le parole prodotte: fare attenzione se il bambino a 24 mesi produce meno di 10 parole, così come se a 30 mesi produce meno di 50 parole e/o non combina almeno due parole (www.fli.it).

Un altro indice riguarda la presenza di otiti frequenti nei primi due anni di vita, periodo in cui difficoltà uditive, anche lievi, possono compromettere la corretta acquisizione dei suoni. Inoltre, la presenza di un familiare con pregresse difficoltà linguistiche aumenta la probabilità che il bambino possa sviluppare un Disturbo di Linguaggio.

In presenza di uno o più degli elementi sopracitati è sempre utile richiedere una consulenza specialistica.

Il Centro Italiano per la Psiche

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