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La valenza psicologica del tatuaggio

Il tatuaggio, così di moda in questi ultimi anni, in realtà, è una pratica molto antica. Risale al 1991 il ritrovamento del cadavere ibernato di un uomo, altrimenti noto come Ötzi o Mummia del Similaun, vissuto oltre 5.000 anni fa, sulla cui cute sono state rinvenute ben 61 incisioni (www.ilmessaggero.it).

“Il termine tatuaggio è tratto dalla lingua polinesiana: a Tahiti infatti – isola in cui la parola fu raccolta per la prima volta dall’esploratore inglese James Cook –, questo tipo di decorazione si indica con la parola tatau. La radice del termine, ta, significa letteralmente «battere, percuotere», e indica secondo alcuni studiosi il rumore (tat-tat) prodotto dallo strumento utilizzato per tatuare. Oltre che in Polinesia, il tatuaggio, tradizionalmente, era diffuso anche in Giappone e presso alcuni popoli che abitavano il Circolo Polare Artico. Si hanno testimonianze di tatuaggi anche nella preistoria europea” (www.treccani.it). Da simbolo di talune tribù e minoranze etniche, adottato principalmente durante le cerimonie religiose e nei riti di passaggio all’età adulta, in Occidente il tatuaggio assume, nel tempo, connotazioni molto diverse tra loro:

“I primi occidentali venuti in contatto con questa realtà furono i marinai che, dal ’700, durante i loro viaggi in Oriente e nei Mari del Sud, si facevano tatuare, imparavano le tecniche dagli indigeni e cominciavano a tatuarsi tra loro. […] Il fascino morboso di quest’arte colpì molti aristocratici inglesi e reali di tutta Europa, così si misero in marcia anche verso il Giappone, pur di poter esibire, sulla propria pelle, l’opera di un grande maestro. In questo modo scoppia la passione e la conseguente diffusione del tatuaggio: principalmente diviene una scelta estetica e, secondariamente, si definisce come una pratica individuale volta alla riscoperta della propria primitività (www.echeion.it).

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, per l’opinione pubblica, il tatuaggio assunse un’accezione fortemente negativa, in quanto associato alla ferocia del conflitto e alle atrocità dei campi di concentramento: “numeri indelebili sulle braccia dei deportati divennero una memoria incancellabile”. I bikers americani, molti dei quali ex militari in congedo sopravvissuti in battaglia, successivamente, ne fecero un segno di fratellanza, volto a simboleggiare “lo spirito di corpo che unisce i membri dello stesso club e l’orgoglio di indossare i colori (o Back Patch) di un club motociclistico (www.pianetariders.it). Con la nascita del movimento punk, negli anni ’70, il tatuaggio si affermò quale espressione di anticonformismo e rifiuto delle convenzioni sociali.

Oggi il tatuaggio vive un momento di forte rinascita, tanto da essere divenuto un fenomeno di massa, per quanto non abbia perso il suo significato trasgressivo. Il tatuaggio moderno “assolve le stesse funzioni che aveva nelle società tradizionali, anche se reinterpretate secondo i nostri codici culturali: viene usato per abbellirsi, comunicare, appartenere a un gruppo ed esorcizzare le paure” (www.poliziademocrazia.it).

Diversamente dal passato, sempre più giovani e giovanissimi scelgono di imprimere sulla propria pelle un’immagine indelebile. La possibile causa pare sia rintracciabile nella conflittualità con la propria immagine corporea. Uno studio dell’Università di Padova, condotto per due anni su oltre 4.000 adolescenti ambosessi, di età compresa tra i 14 e i 18 anni, ha evidenziato che solo il 40% dei ragazzi intervistati si reputava soddisfatto del proprio aspetto. Il restante 60%, invece, tendeva a vergognarsene, reputando il tatuaggio, come pure il piercing, un valido supporto per migliorarsi, distinguersi e accrescere la propria autostima (www.minori.it).

In Italia, sono circa 13 milioni le persone che hanno “deciso di decorare la loro pelle con (almeno) un disegno” (www.panorama.it). Secondo l’Istituto Superiore di Sanità si attesterebbe, tuttavia, attorno al 30% il trend di chi sceglie di farsi cancellare quanto inciso sul corpo (www.ansa.it). Uno studio condotto da Quanta System Observatory, attraverso un monitoraggio on-line effettuato mediante l’analisi delle dichiarazioni riportate su social network, blog, forum e community dedicate, ha evidenziato che, su circa 2.000 persone di età compresa tra i 18 e i 60 anni, 6 su 10 risultano pentite del proprio tatuaggio.

“Nella speciale top 10 dei tatuaggi che hanno provocato più pentimenti troviamo, sul podio, le iniziali degli ex (61%), quelli disegnati male dal tatuatore (45%) e i ‘ricami sulla pelle’ fatti insieme a vecchi amici che ora non si sopportano più (41%). Questo sentimento tocca sia gli uomini che le donne; la differenza è che solitamente lei si pente del soggetto mentre lui delle dimensioni del tatuaggio”. In merito, va detto che la rimozione di un tatuaggio, se da un lato può essere vissuta come un profondo segno di cambiamento e di rinascita, la cui valenza simbolica sta nel non vedersi più impressa sulla pelle un’immagine a cui non si è più legati o che arriva a destare un senso di rifiuto, dall’altro può risultare costosa, dolorosa e non sempre portare ai risultati sperati. Il trattamento richiede un numero di sedute che variano a seconda delle dimensioni del tatuaggio (da 3 a 5, per le rimozioni più semplici; da 8 a 12 per i casi più complicati), le quali devono risultare distanziate tra loro di almeno 4/8 settimane.

Occorre programmare con cura, inoltre, il periodo dell’intervento. Successivamente al trattamento, infatti, la pelle non può essere esposta al sole per almeno un mese. Vi è da considerare, poi, che in alcuni casi l’esito può non portare alla scomparsa definitiva del tatuaggio. “L’efficacia del trattamento dipende da colore, profondità, densità e tipo di pigmento e dal fototipo del paziente, cioè dal colore della sua pelle (bianca, olivastra, nera)”, ha spiegato il prof. L. Siliprandi, Vice Presidente dellʼAssociazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe) dal 2013 al 2016. “In corrispondenza del tatuaggio rimosso, potrebbe rimanere una sorta di ombra chiamata fantasma del tatuaggio. Può durare alcuni anni o anche per sempre” (www.tgcom24.mediaset.it).

Nel 2015, il prof. J. Koch, ricercatore della Texas Tech University, ha prodotto uno studio, pubblicato sul Journal of Social Science, volto ad indagare la correlazione tra il gesto di tatuarsi e il benessere psicofisico. Ad un campione di 2.394 studenti, tatuati e non, tra i 18 e i 20 anni, sono state fatte compilare alcune scale di autovalutazione sulla qualità della propria vita. I risultati più significativi si sono riscontrati nelle donne con 4 o più tatuaggi. In questo campione infatti, si è riscontrato un livello di autostima più elevato e, al contempo, una maggiore frequenza di tentati suicidi e più alti livelli di depressione.

Secondo Koch, tutto questo è spiegabile se si coglie la funzione che il tatuaggio ricopre per il corpo femminile: “Il tatuaggio diventa il segno di una ri-presa di potere del proprio corpo, in risposta a perdite e violazioni subite (fisiche o simboliche). La donna con molti tatuaggi può, dunque, aver deciso di utilizzare il proprio corpo come strategia di coping, come strumento per recuperare e rafforzare il senso di Sé” (www.stateofmind.it).

Tuttavia, un tatuaggio, o meglio un corpo tatuato, non può essere sostitutivo della sofferenza provata e ciò giustificherebbe l’umore depresso e il ricorso al suicidio. Di recente, proprio allo scopo di studiare la personalità di quanti tatuano il proprio corpo, è nata la “psicologia del tatuaggio”, ad indicare che, tanto la scelta del disegno, quanto la parte da tatuare, non sono mai casuali. Piuttosto, sono entrambi espressione del vissuto e dell’inconscio individuale. “Diventando parte integrante della propria identità personale, il tatuaggio “porta fuori” qualcosa di noi che in genere viene tenuto nascosto o non espresso. […] Per gli adolescenti, il tatuaggio può essere un modo per affermare una personalità ancora in via di costruzione, per un adulto che invece possiede una personalità ben strutturata la scelta risponde al desiderio di fermare il tempo ad un momento della vita in cui è ancora possibile trasgredire. […] È curioso anche il fatto che una volta chi si tatuava dimostrava grande sicurezza in se stesso e disinteresse per il giudizio altrui. I ragazzi di oggi invece spesso scelgono il tatuaggio per esorcizzare la paura, l’insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti”(www.poliziaedemocrazia.it).

Dunque, se per l’adulto il tatuaggio sembra rispondere al bisogno di fermare il tempo ad una fase della propria vita in cui si può “ancora trasgredire”, per l’adolescente, il tatuaggio, rappresenta una modalità per affermare la propria personalità, poiché ancora in divenire. Proprio per tali motivi è indispensabile che i genitori si soffermino sui bisogni più profondi dei loro figli, così da comprendere il reale messaggio sottostante la volontà di imprimersi un segno indelebile sulla pelle.

In un’ottica di promozione del benessere della Persona, è importante coadiuvare e sostenere le figure genitoriali dell’adolescente, non, evidentemente, per definire l’opportunità, o meno, di poter autorizzare o condividere il tatuaggio del figlio, bensì per aiutare gli adulti significativi ad affrontare, con i loro figli, gli aspetti più profondi legati ai turbamenti di questi ultimi durante l’adolescenza, piuttosto che nella prima fase adulta. In una tale cornice, pertanto, tanto i genitori quanto i figli potranno comprendere gli aspetti sottostanti al desiderio apparente di impreziosire la propria persona mediante il tatuaggio, dunque scoprirsi. A vicenda e individualmente, per una crescita personale ed un’evoluzione familiare.

Il Centro Italiano per la Psiche

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