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Il bilinguismo favorisce l’apprendimento?

Il linguista Renzo Titone definisce il bilinguismo come “la capacità di un individuo di esprimersi in una seconda lingua, aderendo fedelmente ai concetti e alle strutture che a tale lingua sono propri, anziché parafrasare la lingua nativa” (www.focus-in.info). Bilingue, dunque, è colui che parla e comprende due lingue del tutto diverse, senza bisogno di tradurre da una lingua all’altra, in quanto nel suo sistema neuro-psichico sono presenti due schemi linguistici contemporaneamente distinti e paralleli (www.books.google.it).

L’espansione dei flussi migratori, e il conseguente aumento del numero di bambini nati da genitori stranieri ha contribuito, indubbiamente, ad una crescita del fenomeno. In Italia, i dati Istat 2014, riportano un tasso di nati con almeno un genitore straniero del 20,7% (www.istat.it). Un’analisi del Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR), aggiornata al 31 luglio 2014, evidenzia, a sua volta, come, in meno di 10 anni, si sia verificato un aumento considerevole degli alunni stranieri nelle scuole italiane. Se nel 1993 gli alunni stranieri erano 37.478, nell’anno scolastico 2013-2014, nelle scuole di ogni ordine e grado, erano presenti 802.785 alunni figli di immigrati, 16.155 in più rispetto all’anno scolastico 2012-2013 (www.istruzione.it).

Per comprendere meglio il bilinguismo, o pluralismo, nel caso si tratti di più di due lingue, è opportuno evidenziarne le caratteristiche, partendo dalla distinzione in compatto, coordinato e subordinato. Il bilinguismo compatto attiene all’apprendimento simultaneo delle due lingue, entro i 6 anni e in ambiente plurilinguistico. Nel bilinguismo coordinato, invece, la seconda lingua è appresa sempre prima dei 6 anni, ma non in contemporaneità alla prima e in ambiente diverso da quello familiare. Il bilinguismo subordinato, infine, postula solo una delle due lingue come principale e l’altra come secondaria, utilizzata traducendo la prima lingua (www.orioles.it).

Il bilinguismo può essere distinto, altresì, in precoce, qualora la seconda lingua venga appresa in età prescolare, o tardivo, qualora la seconda lingua venga appresa dai 6 anni in su. Si può parlare, inoltre, di bilinguismo dominante o bilanciato, a seconda del grado di competenza raggiunto in ciascuna lingua. Nel primo caso, il bambino ha maggiore competenza nell’uso di una lingua piuttosto che dell’altra; nel secondo, le usa entrambe allo stesso modo.

Per trattare il tema del bilinguismo, tuttavia, non si può prescindere dalla distinzione tra acquisizione e apprendimento. L’acquisizione è un processo implicito e, in quanto tale, avviene in modalità naturali all’interno di ambienti informali (il bambino che impara perché sente i genitori parlare quella determinata lingua). L’apprendimento, invece, è consapevole quando si attua attraverso lo studio di regole linguistiche e può avvenire in ambienti istituzionali quali, ad esempio, la Scuola.

Secondo la prof.ssa Antonella Sorace, fondatrice del Bilingualism Matters Centre dell’Università di Edimburgo, “parlare più lingue fa bene al cervello, ci rende più curiosi e più flessibili e rende più attivo e sano il nostro cervello […] così dialetti e idiomi rari devono essere salvati per questo motivo” (www.repubblica.it). Il bilinguismo, dunque, rappresenterebbe un indubbio vantaggio nel processo di apprendimento. I bambini bilingui, capendo rapidamente che esistono più suoni, più parole (significanti) per indicare una cosa (significato), imparano fin da piccoli ad avere una visione pluridimensionale della realtà ed una maggiore disponibilità al nuovo. Uno studio condotto da alcuni ricercatori di Singapore, pubblicato nel luglio 2015 dalla rivista Child Development, ha evidenziato, a sua volta, come l’esposizione ad un ambiente bilingue durante l’infanzia determini effetti benefici a livello cognitivo.

Dalla presentazione a bambini di 6 mesi, monolingue e bilingue, di immagini colorate, rispettivamente uno stimolo familiare (orso) ed uno nuovo (lupo), è emersa la maggiore tendenza dei bambini bilingue a fissare più a lungo uno stimolo nuovo rispetto a quello familiare. Tale preferenza sembra essere un predittore di esiti migliori in età prescolare in aree quali l’intelligenza non verbale, il linguaggio espressivo e ricettivo e gli esiti nei IQ-test.

Ovviamente, i vantaggi del bilinguismo si delineano in assenza di un ritardo dello sviluppo psicofisico del bambino o di problematiche affettive che ostacolino la crescita e la relazione con il mondo esterno (www.focus-in.info).

È fondamentale, infatti, comprendere se eventuali difficoltà di linguaggio o apprendimento, nei bambini bilingui, possano essere correlati ad un’insufficiente esposizione alla lingua o ad un disturbo di linguaggio. Recenti studi hanno confrontato i profili funzionali di bambini bilingui con diagnosi di disturbo di linguaggio e da ciò è emerso che il disturbo di linguaggio influisce allo stesso modo su entrambe le lingue possedute dal bambino. Di conseguenza, ciò ne esclude la dipendenza dalla condizione di bilinguismo.

Ma in che modo il bilinguismo influisce sull’apprendimento di adeguate competenze linguistiche?

È stato dimostrato che, a pari età cronologica, i bambini bilingui hanno un vocabolario apparentemente inferiore ai monolingui; ciò accade perché i bilingui devono immagazzinare lo stesso vocabolo due volte (ossia, in entrambe le lingue). Tale differenza, però, tende a scomparire con l’aumento della competenza nell’uso delle lingue (Bialystock, 2010).

Per quanto riguarda l’acquisizione dei suoni, invece, i bambini bilingui sembrano possedere un repertorio di suoni (detto fonologico) più ricco dei monolingui. In ogni caso, si ritiene che l’esposizione a più lingue, sin dalla nascita o, comunque, in tenera età, corrisponda ad una piena competenza delle stesse (Fabbro, 2004). Gli studi identificano la soglia degli 8 anni come periodo critico per l’acquisizione completa delle lingue; oltre tale età acquisire una piena competenza di una lingua può risultare difficoltoso, in quanto, mentre le funzioni di vocabolario e di grammatica permangono a lungo nella vita, quelle fonologiche, come la rappresentazione e la riproduzione dei suoni, degradano più velocemente (www.indigomagazine.eu).

Il bilinguismo, dunque, dev’essere considerato una grande risorsa per i bambini, ma in caso di difficoltà linguistiche o di apprendimento scolastico va definito il peso della conoscenza della lingua sulle suddette difficoltà, così da approntare al meglio il percorso di riabilitazione più adatto (www.bilinguismoconta.it). A tal fine, si rende necessaria un’accurata valutazione delle competenze linguistiche e accademiche, che consideri la storia di acquisizione delle lingue.

Per delineare un profilo funzionale del bambino, pertanto, è necessario effettuare una valutazione approfondita sulle competenze accademiche, così da stilare un percorso riabilitativo e definire degli strumenti di supporto personalizzati. Il Centro Italiano per la Psiche, al fine di individuare i possibili fattori predittivi di un Disturbo del Linguaggio, così come per supportare il minore, i genitori e la famiglia di questo, offre la possibilità di effettuare Test Psicodiagnostici nell’ambito dell’Età Evolutiva, di poter richiedere una Consulenza e, ove necessiti, di delineare l’opportuno percorso clinico nelle differenti aree specialistiche.

Il Centro Italiano per la Psiche

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