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I disturbi d’ansia: cosa sono e come combatterli

“Quando dico di soffrire di un disturbo d’ansia, nella maggior parte dei casi, la gente si limita ad annuire, e a venirmi a dire che andrà tutto bene. […] È proprio questo il problema dei disturbi d’ansia. All’apparenza stiamo bene. Non abbiamo una gamba rotta, le nostre lingue non sono state tagliate di netto. Non siamo feriti o doloranti. Perché l’ansia non è una disabilità fisica. Ma questo non la rende meno debilitante […]. Quando arriva, mi blocco. Posso anche alzarmi e far finta che la giornata proceda come sempre, ma il mio cervello è altrove, prigioniero del mio “demone” di turno” (www.huffingtonpost.it).

L’articolo autobiografico di G. Decicco, pubblicato da The Huffington Post, racconta con precisione e chiarezza il punto di vista di chi vive sulla propria pelle i segni debilitanti di un disturbo d’ansia: la difficoltà ad affrontare la giornata, a concentrarsi su impegni e compiti da svolgere, a compiere azioni che per chiunque rappresenterebbero la normale routine. A ciò si unisce il senso di solitudine dovuto all’incapacità di farsi comprendere, di comunicare un malessere che non risulta manifesto e visibile agli occhi altrui. Con ripercussioni importanti anche nella sfera sociale e affettiva.

“È in grado di rovinare i vostri rapporti. Non solo quelli sentimentali, ma le relazioni di ogni genere. È un problema in grado di distruggere le vostre amicizie così come le vostre storie. [..] È un disturbo che, se non si è preparati a curarlo nel modo adeguato, col tempo può esplodere. E a un certo punto, per un’altra persona, può diventare un peso troppo grande da sopportare” (www.huffingtonpost.it).

Nella comune accezione, il termine “ansia”, dal verbo latino ango (stringere), rimanda ad uno stato transitorio di agitazione e inquietudine, dovuto a “timore, incertezza, attesa di qualcosa” (www.treccani.it). Da un punto di vista clinico, si parla di “disturbo” quando lo stato di apprensione e paura, naturale e fisiologico in particolari condizioni e in determinate situazioni, diviene una condizione reiterata e, all’apparenza, priva di motivi scatenanti. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V) definisce i disturbi d’ansia come “disturbi che condividono caratteristiche di paura e ansia eccessive”, in cui la “paura è la risposta emotiva a una minaccia imminente, reale o percepita, mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura”. In tal senso i disturbi d’ansia “differiscono dalla paura o dall’ansia transitorie, spesso indotte da stress, perché sono persistenti […] benché il criterio per la durata sia inteso unicamente come una guida generale”.

Nella sfera dei disturbi d’ansia rientrano le fobie (legate ad oggetti o situazioni specifiche), il disturbo d’ansia sociale (o fobia sociale), le ipocondrie (che comportano un’eccessiva preoccupazione riguardante le funzioni o i sintomi corporei), l’agorafobia, gli attacchi di panico, il disturbo post-traumatico da stress, il disturbo d’ansia generalizzato (http://centroitalianoperlapsiche.it/disturbi-dansia/).

In Italia, il primo studio epidemiologico in materia è stato condotto dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito dell’European Study on the Epidemiology of Mental Disorders, promosso dall’OMS in collaborazione con l’Università di Harvard. Tra i disturbi più comuni, sono risultate le fobie specifiche, “con percentuali di prevalenza nel corso della vita […] pari al 10,1% […] seguiti dal disturbo post traumatico da stress, dalla fobia sociale e dal disturbo d’ansia generalizzata (riscontrati nel 2% circa dei soggetti intervistati)” (www.epicentro.iss.it). Un’indagine condotta da Lidap Onlus – Lega Italiana contro i Disturbi d’Ansia, da Agorafobia e da attacchi di Panico, ha rilevato come i fattori ambientali e il cambiamento negli stili di vita abbiano inciso nella prevalenza dei disturbi d’ansia, in particolare nelle grandi città, in cui il livello di stress risulta particolarmente elevato:

“L’aspetto preoccupante dell’indagine è che lo stress urbano è stato individuato come un fattore costante nella vita quotidiana, al punto da poter portare all’insorgere del disturbo in un numero crescente di individui. Nel 2011 i dati riportavano che il 4% della popolazione italiana, (circa 2 milioni e mezzo di persone), soprattutto le donne, soffre di ansia, attacchi di panico e agorafobia. Fino al 2000 i numeri erano nettamente inferiori; dunque, ci si ammala di più” (www.stateofmind.it).

È importante sottolineare che i principali disturbi d’ansia non coinvolgono solamente gli aspetti psicologici, ma sono generalmente accompagnati da forme di somatizzazione di varia entità e natura, le quali possono risultare debilitanti ed estremamente invasive. Tra le principali forme di somatizzazione, si possono riscontrare: “sintomi cardiovascolari (tachicardia, palpitazioni, extrasistolia, aritmia, dolore o fastidio al petto, ipertensione o cali di pressione, svenimento); sintomi respiratori: dispnea, sensazione di soffocamento, sensazione di nodo alla gola; sintomi gastrointestinali: nausea, gastrite, reflusso gastroesofageo, diarrea, sindrome del colon irritabile; sintomi neuromuscolari: sensazione di sbandamento (gambe traballanti), tremore, rigidità, parestesie (sensazione di torpore e formicolio), contratture, tensione muscolare, debolezza e affaticabilità; sintomi neurologici: vertigini, sensazione di “testa vuota” o leggera, sensazione di sbandamento e tremore) e vampate di calore; sintomi dermatologici: orticaria, rossore o pallore del volto, iperidrosi (eccessiva sudorazione); sintomi urinari: impulso improvviso ad urinare, aumento della frequenza dell’orinazione (pollachiuria)” (www.medicitalia.it). In assenza di una diagnosi corretta, accade sovente che tali malesseri vengano erroneamente attribuiti a cause di natura organica, amplificando il livello di ansia, con conseguente accrescimento del sintomo. Vi è, dunque, il rischio che la persona si focalizzi sul disagio fisico e che, nell’impossibilità di stabilire la causa organica del malessere, sia portata ad affrontare onerosi ed estenuanti controlli medici o, di contro, a sottovalutare l’entità del problema, ritardando l’avvio del percorso di cura e giungendo ad una cronicizzazione del sintomo.

Il Centro Italiano per la Psiche

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